sabato 21 maggio 2016

Uso dei farmaci anti-febbre e anti-dolore

La febbre è quasi sempre dovuta a una infezione. 
Le infezioni sono dovute a virus (la stragrande maggioranza) o a batteri
Nelle infezioni, la febbre rappresenta una reazione di difesa dell’organismo: infatti la temperatura  più elevata è in grado di rallentare la moltiplicazione dei virus (che sono responsabili della maggior parte delle infezioni e contro i quali gli antibiotici sono inefficaci). Per questo motivo difficilmente la febbre scompare in poche ore (frequentemente persiste anche per alcuni giorni, fino alla guarigione completa della malattia) ed è sbagliato esagerare nella somministrazione di antifebbrili per sfebbrare il bambino a tutti i costi, contrastando una reazione utile dell’organismo. Anche perchè i farmaci possono a volte dare effetti indesiderati, e per il paracetamolo in particolare c’è rischio di danneggiare il fegato se si superano i 60-70 mg per Kg di peso al giorno (in pratica, non dare più di 4-5 supposte da 125 mg al giorno, o di 4 dosi da 6-7 ml di sciroppo al giorno o 10-12 gocce al giorno, per bambini di 10 Kg. Mentre per bambini di 20 Kg, non più di 4-5 supp da 250 mg al giorno, o di 4 dosi da 10-12 ml di sciroppo al giorno, o non più di 20-25 gocce sempre al giorno)
Come si prendono le infezioni? Sono trasmesse da persona a persona, più spesso con la respirazione(goccioline di saliva) o attraverso oggetti contaminati (ad es. mani contaminate da residui fecali che manipolano del cibo, ecc.)
Spesso alla febbre si associano altri sintomi come quelli “respiratori” (tosse, raffreddore, voce rauca, mal di gola, ecc.) o sintomi “gastrointestinali” (vomito, diarrea, inappetenza) o sintomi generali (cefalea, dolore muscolare o osseo, diffuso o localizzato).
Quando il pediatra si trova di fronte alla febbre, e ad eventuali altri sintomi, visita il vostro bambino per ricercare una sede di possibile infezione (la gola, le orecchie, i bronchi, ecc.) e quindi la causadella febbre (diagnosi);
a volte troverà la gola arrossata (“faringite”) a volte un timpano rosso e rigonfio (“otite media”), avolte i sintomi indirizzeranno verso una gastroenterite; altre volte, non troverà nulla (probabile infezione virale “del sangue” – viremia - o inizio di qualsiasi altra forma infettiva che successivamente darà segni clinici precisi);
in queste situazioni il pediatra farà delle ipotesi diagnostiche e darà la terapia conseguente;
cioè, da una parte:
A)    difficilmente la diagnosi avrà una conferma obiettiva:
infatti, - salvo che nei casi di una faringo-tonsillite con “il tampone”, o di un’infezione delle vie urinarie con l’urocoltura, - solitamente non conosciamo il virus o il batterio responsabile dell’infezione, (non buchiamo il timpano con un ago per fare la coltura ed identificare il virus o il batterio di un’otite, né in caso di bronchite si riesce ad identificare l’agente infettivo responsabile);
ma dall’altra parte:
B) la valutazione clinica, e l’esperienza, ed anche una corretta “stima probabilistica”, che tenga conto cioè della probabilità statistica, condurrà il pediatra ad una diagnosi “presuntiva”, ma quanto più possibile “utile per il bambino”:
così per esempio, l’associazione di tosse alla faringite fa propendere più per una forma virale, che per una faringotonsillite da streptococco; le buone condizioni generali fanno escludere un’infezione potenzialmente grave, e depongono per una verosimile infezione virale.
Fatta la diagnosi il pediatra vi dirà cosa fare praticamente, e qui le cose si semplificano, nel senso che l’identificazione esatta dell’agente infettante non è di rilievo, in quanto la distinzione importante è fra infezione batterica e infezione virale;
se cioè il pediatra riterrà che l’infezione sia dovuta ad un batterio (es streptococco per la faringite) prescriverà l’antibiotico;
se invece riterrà di trovarsi di fronte ad una infezione virale prescriverà il solo antipiretico (Tachipirina, Efferalgan, Nurofen, Antalfebal, ecc.), al solo scopo di dare sollievo dai sintomi quali febbre, mal di testa, ecc.
E’ importante a questo punto capire che antibiotico e antipiretico hanno due meccanismi d’azione molto diversi:
• l’antipiretico contrasta le sostanze che stimolano la risalita della temperatura, e quindi ha sempre una qualche efficacia, sul sintomo febbre, qualunque ne sia la causa; è però inefficace sulla causa della febbre, cioè sull’infezione stessa.
• l’antibiotico è in grado di contrastare la causa della febbre, cioè uccide o blocca l’agente infettivo, a condizione che l’agente infettivo sia un batterio, enon un virus, contro il quale farmaci antibatterici(in pratica tutti gli antibiotici) risultano perfettamente e totalmente inefficaci;
infatti l’antibiotico blocca i batteri, attaccando la loro parete, o interferendo con le loro attività (es. sintesi proteica), ecc.; questo meccanismo d’azione è del tutto inefficace contro i virus, proprio perché questi ultimi sono privi di parete, e non hanno catene di sintesi proteica (ma sfruttano quelle della cellula umana “parassitata”);
in pratica l’antibiotico non ha “dove attaccare il virus”. perché questo è privo delle strutture con le quali esso interagisce; e ciò naturalmente vale anche dopo 2-3-4-5 giorni di febbre, a meno che il quadro clinico non sia mutato; ma quest’ultima eventualità sarà il pediatra a valutarla.
Le infezioni virali, rappresentano la causa di febbre di gran lunga più frequente, per i nostri bambini, che attualmente vivono in buone condizioni sociali, igienico-sanitarie e nutrizionali.
Come già detto, la durata della febbre in caso di infezione virale, può essere di sole 24 ore, ma normalmente e mediamente arriva alle 3-4 giornate, con una “coda finale” di febbricola (temperatura inferiore a 38 °C), di altri 2-3 giorni.
I farmaci che contrastano la febbre (antipiretici) vanno dati se la temperatura sale sopra i 38-38,5  °C; ma aldilà della temperatura, vanno dati quando la febbre è mal sopportata e dà malessere; hanno efficacia anche contro i sintomi associati, quali cefalea e mal di gola (sono anche antidolorifici);
sono farmaci detti “sintomatici”, che agiscono appunto sui sintomi, per alcune ore dopo la somministrazione; in sostanza: somministrando il paracetamolo o ibuprofene, alleviamo il fastidio connesso con la febbre, ma certamente non ne curiamo le cause; e spesso, anche questi farmaci non riescono ad abbassare la temperatura in maniera significativa e duratura; l’infezione come detto, potrà persistere per alcuni giorni, ma il persistere della febbre di per sé, non significa nulla di grave per il bambino.
Infatti la febbre anche alta di per sè è innocua, cioè non danneggia l’organismo e non lo espone ad alcun rischio (nemmeno di convulsioni, che vengono solo a bambini predisposti e anche per temperature più basse, nel momento in cui la temperatura corporea sale rapidamente; le convulsioni con la febbre sono episodi benigni che non provocano danni ma solo una comprensibile paura).
Come già detto l’attenzione va quindi rivolta alla malattia che causa la febbre, e l’eventuale gravità va invece stimata in base alle condizioni generali del bambino (meglio valutabili dopo che ha preso l’antifebbrile, quando la temperatura sia scesa almeno un po’), più che alla presenza o meno del sintomo febbre.
Nella gestione del bambino febbrile è importante un buon apporto di liquidi, somministrando frequentemente bevande, preferibilmente zuccherate (per evitare acetonemia), a piccoli sorsi: es. acqua, thé deteinato, camomilla molto diluita, soluzioni reidratanti. Non forzare con l’alimentazione, e offrire al bambino, se vuole, piccoli pasti con alimenti facilmente digeribili: per es. thé e biscotti secchi, fette biscottate, pane magro, brodo vegetale, brodo di carne sgrassato, riso, pasta, carne ai ferri, carne tritata, verdure lessate, mela, ecc. Usare possibilmente vestiti leggeri e traspiranti, tenendo comunque il bambino poco coperto, (salvo che nei primi momenti se avesse brividi).

Farmaci antifebbrili (e antidolorifici):                  
•  paracetamolo a 10-15 mg (per il dolore anche 20 mg) per Kg di peso corporeo, per dose; gocce e sciroppo a stomaco vuoto
4-5 gocce di Tachipirina per Kg di peso corporeo(=11-13 mg), ogni 5-6 ore
½ ml di Tachipirina o Efferalgan o Sanipirina sciroppo (=12 e 15 mg), per Kg di peso corporeo, ogni 5-6 ore
supposta da 125 mg – Tachipirina -  per bambini da 8 fino a 12 Kg, ogni 5-6 ore
supposta da 150 mg – Efferalgan -  per bambini da 13 fino a 15 Kg, ogni 5-6 ore
supposta da 250 mg – Tachipirina -  per bambini dai 16 fino a 25 Kg, ogni 5-6 ore  
oppure
•  ibuprofene (dall’età di 6 mesi) a 5-10 mg per Kg di peso corporeo, per dose, dopo mangiato (anche dopo preso un po’ di latte)
½ ml di Nurofen o Antalfebal o Sinifev sciroppo (=10 mg), per  ogni Kg di peso corporeo,  ogni 6-7 ore.
                      
Bibliografia
• “Antibiotici - quando sì quando no. Consigli per un uso appropriato dei farmaci nelle infezioni respiratorie dei bambini” Comitato tecnico-scientifico regionale dei pediatri progetto PROBA (pubblicazione disponibile presso il vostro pediatra)
• “Convulsioni febbrili e prevenzione” rivista Medico&Bambino del 31/10/2002 PAG 539
• “Paracetamolo per bocca o per via rettale?” riv. Medico&Bambino del 31/10/2002 PAG 485
• “Il trattamento sintomatico della febbre e del dolore nella pratica ambulatoriale” riv Medico&Bambino del 31/01/2005 PAG 47

• “Le convulsioni febbrili” Riv Medico&Bambino del 30/04/2005 PAG 227
• "Guida dei parametri vitali e dei segni di allarme in pediatria” riv Medico&Bambino del 30/09/2008 PAG 441.
• “Valutazione e gestione iniziale della malattia febbrile nel bambino d’età inferiore a 5 anni ” riv Medico&Bambino del 29/02/2008 PAG 95






La diarrea e il vomito


Diarrea e vomito a volte associati a febbre, sono spesso sintomi della gastroenterite, infezione del tubo digerente.
Tale infezione, determinata più spesso da virus (enterovirus, adenovirus, rotavirus, ecc.), qualche volta da batteri (salmonella, e.coli, ecc.),  non richiede uso di antibiotici, che non migliorerebbero la situazione clinica, né ridurrebbero la durata dei sintomi.
L’unica “terapia” necessaria, tanto più quanto più il bambino è piccolo, è l’”idratazione” con liquidi per bocca (raramente possono essere necessarie le flebo).
In particolare più il bambino è piccolo, più è importante che cominci a introdurre liquidi per bocca molto presto, anche prima di cercare il pediatra.
La soluzione reidratante orale (vedi più sotto) anche in chi vomita, è la più efficace e rapida nel correggere la disidratazione e l’eventuale acetonemia, seguendo la strategia del “poco e spesso”; con questa strategia, anche il gusto poco gradevole si supera, considerando che il bimbo che ha perso liquidi in quantità importante ha sempre sete, mentre chi non ha sete è molto probabilmente poco disidratato ed ha meno urgenza di bere.
In alternativa the o camomilla un po’ zuccherati, possono andare bene per reintegrare liquidi e sali minerali persi.
Nel caso del lattante alimentato con latte materno, la cosa migliore da fare è continuare ad attaccare il bimbo al seno.
Quando il vomito si è fermato da almeno 4-5 ore, e il bimbo manifesta appetito, si torna a proporgli cibi solidi in piccole quantità, reintroducendo i cibi che il bambino mangia abitualmente (anche il latte se è il caso).
Soprattutto nei bimbi piccoli è importante misurare il peso corporeo per rendersi conto in modo sicuro del grado di disidratazione; fino al 5% del peso corporeo di perdita, non ci sono grossi problemi e non c’è necessità di ricorrere alle flebo in ospedale. 
1) soluzione reidratante in bustine da diluire in acqua:
•IdravitaR: 1 bustina in 250 ml
•Prereid-MilteR: 1 bustina in 100 ml (gusto agrumi)
•IdramixR: 1 bustina in 200 ml (gusto pera)
•GesR60: 1 bustina in 200 ml
•PedialyteR: 1 bustina in 250 ml
•ReidraxR: 1 bustina in 300 ml
•SodioralR: 1 bustina in 250 ml 
2) soluzione reidratante “casalinga”: si prepara aggiungendo ad un litro di acqua (o thè o camomilla) 10 cucchiaini (50 grammi) di zucchero, ½ cucchiaino di sale da cucina (apporta un po’ di sodio) e il succo di un pompelmo o di un arancio (apporta un po’ di potassio)


Bibliografia
1- Medico e Bambino 2005;24(6):385-387 “La diarrea acuta”
2- M&B  28/02/2003 pag 79  “Solo soluzione reidratante orale nella diarrea acuta”
3- Medico e Bambino 2004;23(3):175-182  “I probiotici in gastroenterologia pediatrica: evidenze cliniche” (M. Fontana, L. Martelli)
4- Medico e Bambino 2001;20(10):675-681 “Tre regole per tre malattie: diarrea acuta, dolori addominali ricorrenti, celiachia”
5- M&B  31/10/2008  pag 488 “La coca cola serve nella reidratazione orale? ”   Non serve; inoltre la povertà in Na e K e l'eccesso di glucosio le dà complessivamente un'osmolarità eccessiva, fino a 33 volte la SRO equilibrata.
6- Farmaci anti-vomito in pediatria   M&B  31/01/2008 pag 11 Non documentazione di efficacia, buona documentazione di effetti avversi
7- Domperidone nel vomito M&B  30/11/2008  pag 556 Non ci sono studi che provano l'eficacia del domperidone contro il vomito.
8- Medico e Bambino 2001;20(10):670-674 “La sindrome della diarrea persistente post-enteritica: << Take an aspirin for your bowel >>”
9- Medico e Bambino 2003;22(4):259-261  “L’utilità dei probiotici”
10- Medico e Bambino 2005;24(7):421-422  “E proprio vero che i probiotici servono a qualcosa?”
11- Medico e Bambino 2005;24(2):82-85  “La gestione del bambino con diarrea acuta” (M. Fontana)
12- Medico e Bambino 2003;22(8):537-540 “Evidenze di efficacia del LGG”


Vaccinazioni: benefici ed effetti collaterali


Le vaccinazioni rappresentano uno "strumento sanitario" che ha consentito di ridurre in maniera drastica negli ultimi 60-70 anni, i danni alla salute e le morti dovute a malattie infettive.
Per alcune di queste malattie infettive, in assenza della vaccinazione, il rischio di gravi danni e di morte è stato ed è potenzialmente tuttora molto alto (anche se oggi l'evenienza di epidemie è limitata a zone dove la copertura vaccinale, per motivi diversi, è compromessa, come è accaduto in Russia per la difterite negli anni '90 o in alcune regioni asiatiche più recentemente per la poliomielite). Fra le malattie prevenibili con la vaccinazione ricordiamo la poliomielite (rischio di morte o danni permanenti quali paralisi muscolari) la difterite (rischio di morte per insufficienza respiratoria acuta) il tetano (rischio di morte per paralisi respiratoria).
Per altre malattie infettive,  la vaccinazione è stata proposta per ridurre i loro potenziali danni alla salute. E’ il caso dell’epatite B (rischio di malattia cronica del fegato fino alla cirrosi), dell’anti emofilus influentiae di gruppo B (agente principale della meningite batterica nel bambino nei primi anni di vita) e del meningococco di gr C (agente della meningite anche nell’adolescente), del morbillo e della parotite (rischio di encefalite, cioè infezione del cervello, in 1 caso su mille malati), della rosolia (rischio, se contratta durante la gravidanza, di provocare gravi danni embrio-fetali quali sordità, danni oculari, danni cerebrali).
Il meccanismo di tutti i vaccini consiste nell’inoculare parte dell’agente infettivo (o l’agente infettivo intero vitale ma attenuato, come nel caso di morbillo, parotite e rosolia) in modo da ottenere una risposta immunitaria da parte dell’organismo (produzione di anticorpi e attivazione di cellule immunitarie specifiche) senza tuttavia che questo agente infettivo attenuato o “frammentato” possa provocare la malattia naturale.
Nei decenni di utilizzo i vaccini per le malattie citate si sono dimostrati sicuri ed efficaci nel ridurre come detto non solo le malattie infettive specifiche, ma, soprattutto i danni permanenti conseguenti ad esse.
Il caso della poliomielite è un caso particolare. Ovvero il vaccino vivo attenuato (tipo Sabin) utilizzato anche in Italia fino a fine 900, conservava una potenziale pericolosità, ed è stato responsabile di alcuni rarissimi casi di paralisi da vaccino. Questo rischio di esito sfavorevole non più accettabile ai giorni nostri, vista l’assenza ormai della poliomielite in Europa occidentale e in Italia da diversi anni, è stato superato dal passaggio al vaccino inattivato (tipo Salk). Bisogna tuttavia considerare che nei primi decenni dopo l’introduzione della vaccinazione di massa con il vaccino messo a punto da Sabin, l’eventualità delle rare paralisi da vaccino potevano rappresentare un rischio accettabile di fronte al gran numero di paralisi da virus della poliomielite che il vaccino preveniva.
Detto della poliomielite, che con il vaccino attuale non dà effetti collaterali rilevanti, gli effetti collaterali potenziali degli altri vaccini sono effetti locali (dolore e gonfiore nella sede d’iniezione per alcuni giorni), effetti generalizzati (febbre e irrequietezza, a volte ipotonia, nei primi giorni per l’anti-pertosse; febbre, tosse, macchie sulla pelle e linfoghiandole gonfie per alcuni giorni dopo circa 1 settimana dalla vaccinazione per morbillo-parotite epidemica-rosolia). In tutti i casi queste reazioni si sono dimostrate benigne, in quanto di durata limitata e senza mai lasciare conseguenze permanenti.
Negli ultimi anni alcune malattie anche molto gravi che si manifestano nel bambino nei primi anni di vita, sono state associate da qualcuno alle vaccinazioni, che vengono fatte in questi stessi primi anni, a partire dai tre mesi di vita. Se il nesso temporale è indiscutibile, il nesso di causalità fra vaccinazione e malattia non è mai stato dimostrato. In particolare nessuno degli oltre 20 studi condotti negli ultimi 13 anni ha confermato che possa esserci una relazione causale fra vaccino MPR (morbillo-parotite-rosolia) e autismo.  
Solo uno studio inglese degli anni ’90 ha fornito dati che sembravano indicare una possibile relazione di causa-effetto fra vaccinazione anti-morbillosa e autismo nel bambino. Recentemente a questo studio ha fatto riferimento una sentenza del Tribunale di Rimini, sentenza che avrebbe riconosciuto il nesso fra vaccinazione anti-morbillo e autismo, che un bambino ha manifestato nei mesi successivi alla vaccinazione. Tuttavia questo studio è stato smentito e giudicato falso e inattendibile nel 2010, dalla stessa rivista medica che lo aveva pubblicato (Lancet) nel 1998. Oltre ai molti difetti nella raccolta dei dati, per i quali lo studio è stato ritirato dalla stessa rivista che anni prima lo aveva pubblicato, più recentemente è emerso come alcuni dati fossero stati alterati dall’Autore dell’articolo e l’intero studio fosse distorto da interessi economici. Per questi motivi l’autore è stato radiato dall’Ordine dei Medici. Fra i “trucchi” presenti in questo studio, atti ad alterarne i risultati, c’era ad esempio la falsa risultanza che in alcuni bambini, i sintomi dell’autismo fossero comparsi nei giorni successivi alla vaccinazione, mentre dalla documentazione clinica emergeva come i sintomi comportamentali fossero iniziati alcuni mesi e non giorni, dopo la vaccinazione; e ancora, in diversi casi di bambini presentati nello studio come normali prima della vaccinazione, esisteva una documentazione che attestava precedenti problemi dello sviluppo. Inoltre, secondo lo studio inglese, all’origine della presunta tossicità del vaccino anti-morbillo ci sarebbe un’infiammazione della parete intestinale causata dal vaccino e favorente il passaggio da questo al cervello di sostanze tossiche; ma non  è mai stato dimostrato scientificamente che il vaccino causi un’infiammazione cronica intestinale né che comunque alteri la funzione di barriera della parete intestinale; inoltre non esiste nessuna evidenza scientifica di un possibile ruolo del sistema immunitario nella patogenesi dell’autismo.
Secondo quanto sostenuto dall’Istituto Superiore di Sanità, attualmente l’insieme degli studi pubblicati indica che non ci sono elementi che sostengano un nesso causale fra vaccinazione anti-morbillo o MPR, e il disturbo autistico.

BIBLIOGRAFIA
-          “Epicentro” - Istituto Superiore di Sanità (www.epicentro.iss.it/)
-          Medico & Bambino 2007 pag 193 “Sonnolenza dopo esavalente”
-          Medico & Bambino 2009 pag 192 “Vaccinazione anti-pertossica e ipotonia-iporesponsività”
-          Medico & Bambino 2009 pag 193 “Vaccinazioni e epilessia”
-          Medico & Bambino 2009 pag 193 “Vaccini e tiomersal”
-          Medico & Bambino 2007 pag 486 “Vaccini e mercurio: non effetti avversi significativi dovuti al timerosal, anche a lungo termine”
-          Medico & Bambino 2001 pag 218 “Efficacia e sicurezza del vaccino MPR, rispetto alle malatie naturali, in Finlandia, dal 1982 al 2000”
-          Medico & Bambino 2010 pag 36 “Vaccino anti morbillo-parotite-rosolia e allergia all'uovo”



Alimentazione a richiesta e svezzamento


Di fronte all’assenza di prove scientifiche a sostegno dello svezzamento come si è fatto negli ultimi decenni, cioè con alimenti industriali prodotti per l’infanzia (creme di riso o altri cereali, omogeneizzati di frutta e carne, ecc.), nella cultura pediatrica si è affermata ultimamente una modalità di svezzamento più semplice, che prevede l’uso dei cibi “degli adulti”, opportunamente triturati e spezzettati, offerti al bambino a partire dai 4-5 mesi, quando egli di solito comincia a richiederli attivamente.
Ciò anche perchè, contrariamente a quanto si pensava in passato, lasomministrazione precoce di cibi è in grado di prevenire le allergie e risulta essenziale per sviluppare la tolleranza ai cibi stessi (cioè l’opposto dell’allergia). Su questo ultimo aspetto ci sono ormai molte evidenze (risultati di studi), e da alcuni anni l’American Accademy of Pediatrics sostiene che il quinto-sesto mese (cioè a 4-5 mesi compiuti) sia il periodo giusto per l'introduzione di cibi diversi dal latte.
Si parla così, con termini un po’ pomposi, di Alimentazione Complementare a Richiesta = ACR, che recupera ritmi e modalità di svezzamento utilizzati per secoli, fino appunto a 40-50 anni fa.
In pratica a partire dai 4-5 mesi, capita che il bambino stia a tavola in braccio alla mamma o al papà, mentre i genitori mangiano; in queste occasioni spesso manifesta interesse per gli alimenti o desiderio di imitare i grandi. Sono proprio questi i momenti nei quali il genitore può lasciare che il bimbo portando alla bocca un po’ di cibo, tritato, sminuzzato o reso in poltiglia, faccia le sue “prove di svezzamento”. All’inizio con piccole quantità, mantenendo sempre il latte materno (o artificiale) come integrazione finale del pasto, poi gradatamente con quantità e varietà crescenti. In questo modo, quasi senza accorgersene, il bambino sostituirà due pasti di latte con i cibi solidi.
Questa modalità di inserire gradualmente i cibi solidi nell’alimentazione del bimbo, assecondando la sua curiosità, favorisce uno svezzamento fisiologico, e spesso previene i “problemi dell’alimentazione”, cioè quelle difficoltà di accettazione, o a volte veri rifiuti che dopo l’iniziale entusiasmo, possono comparire nel passaggio dal latte a un’ alimentazione più varia; ma se anche questi problemi dovessero sopraggiungere, il criterio resta quello di lasciare decidere il bambino, così come qualche mese prima era stato sempre lui a “organizzare le poppate” nel numero e nella loro durata.
Il bambino con gli assaggi arricchisce notevolmente la propria esperienza di sapori e profumi, e molto spesso ritroverà sapori e aromi che ha già conosciuto attraverso il liquido amniotico nella pancia della mamma (cibo della mamma) e attraverso il latte materno (anch’esso contiene ciò che la mamma mangia).
Ci sono ricerche che mostrano che il bambino a partire da questa età, riesce in pratica ad orientare le proprie scelte secondo le esigenze nutrizionali del proprio organismo.

Le pre-condizioni che i genitori devono garantire sono la salubrità dei cibi, la loro varietà, e la loro consistenza in quanto i cibi a seconda dei casi, saranno triturati, schiacciati, passati, ammorbiditi, frullati, ecc.
I cibi, che devono essere i cibi di tutta la famiglia, dovranno dunque, prima di tutto, essere salutari e poi essere vari. In questo modo il bambino acquisirà più facilmente abitudini alimentari corrette.
Vediamo schematicamente come orientare l’acquisto e la preparazione del cibo:
- acquistare cibi di qualità: cioè cibi di provenienza sicura e, per quanto riguarda la frutta e la verdura, se possibile, prodotti di stagione. (Fin da ora limitare (o meglio evitare) l’acquisto e il consumo di alimenti e preparazioni quali fritti, alimenti ricchi di grassi animali oppure cotti con grassi (es. burro o olio) o contenenti zuccheri semplici (es. bevande, merendine, o dolci del commercio).
metodi di preparazione appropriati: preferire cioè le preparazioni con cottura nell’acqua, a vapore, sulla piastra, al forno e evitare le cotture in padella, cotture al burro, i fritti e in generale l’uso di grassi riscaldati ad elevata temperatura.
varietà alimentare: l’alimentazione giornaliera della famiglia dovrebbe includere tutte le categorie di alimenti, preferendo frutta e verdura, poi pasta e pane e olio d’oliva, e limitando carne e formaggi.

E’ utile ricordare che, fin dai primi mesi di vita il bambino acquisisce la capacità di comunicare a chi lo accudisce, il desiderio o il rifiuto per il cibo, la fame o la sazietà, aprendo la bocca e sporgendosi in avanti o invece tirandosi indietro e girando la testa per allontanarsi dal cibo; questi chiari “messaggi” vanno accettati e rispettati.
I bambini poi, non sono tutti uguali, anzi sono “tutti diversi”: alcuni manifestano interesse a 4-5 mesi, altri più avanti; alcuni sono rapidissimi nell’aumentare il numero delle richieste di nuovi alimenti e altri più lenti.

Come la mamma ha lasciato decidere al bambino appena nato, il numero di poppate e la loro durata, così sarà il bambino adesso a decidere quando e in che misura mangiare i cibi solidi.
Mai quindi essere impazienti, e cercare di non invertire i ruoli: non la mamma (nè il papà nè la nonna) a offrire, ma il bambino a chiedere. 

Bisogna infine ricordare che fin dai primi mesi di vita, l’apporto di nutrienti tende spesso a risultare sbilanciato, per un eccesso di proteine e una carenza di carboidrati complessi e di grassi.
Così, per adeguare la quantità del pasto a esigenze superiori al previsto (“il bambino ha ancora fame”) è consigliabile aumentare la quantità di amido (pasta, riso, pane, ecc) e di grassi (olio di oliva o di semi) e non aggiungere cibi proteici (carne, derivati del latte) che, se assunti in eccesso, possono in queste epoche precoci della vita, favorire l’obesità.
In realtà con l’alimentazione complementare a richiesta non facciamo altro che anticipare, senza alcun pericolo, quello che inevitabilmente avverrebbe comunque dopo; il bambino cioè mangerà, prima o poi, nel bene e nel male, quello che si mangia in famiglia, e con quelle abitudini alimentari arriverà all’adolescenza e alla vita adulta.
Per questo è importante che i genitori diano, da sempre, il buon esempio con una corretta alimentazione: infatti fare “due cucine” per salvaguardare il bambino, mantenendo cattive abitudini per i grandi non servirà ad evitargli, una volta cresciuto, di fare gli errori e correre i rischi dei suoi genitori.
L’alimentazione complementare a richiesta può essere uno strumento efficace nella prevenzione dei disturbi minori e maggiori dell’alimentazione, compresa l’obesità, e, come già detto, anche l’allergia.


Bibliografia - "Io mi svezzo da solo" Lucio Piermarini - Quaderni ACP 2008; 15(5):216-222 - “La dieta dei primi mesi e lo sviluppo dell'atopia” M&B 31-03-09 pag 162


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Le infezioni respiratorie ricorrenti (ovvero i bambini "sempre ammalati")


I bambini con frequenti (più di 6 all’incirca fra autunno e inverno) episodi febbrili, e sintomi respiratori associati, rappresentano il 10-15% di tutti i bambini d'età compresa fra 0 e 5 anni.                                         
La suscettibilità diversa nei diversi soggetti alle infezioni respiratorie è condizionata da diversi tempi di maturazione dei meccanismi immunitari (produzione di anticorpi soprattutto “di superficie”) e da una diversa esposizione a virus e germi (asilo nido, scuola materna, fratelli) e al fumo passivo.Le problematiche di questi bambini interessano soprattutto il periodo nel quale avviene la “socializzazione”, e si riducono sempre con il tempo, spontaneamente.                     I cosiddetti “immunostimolanti” possono essere efficaci nel ridurre, in parte, il numero di episodi acuti, soprattutto quando sono più frequenti. I lisati batterici, ma anche il polimod e la timomodulina (estratto di timo), ed echinacea + propoli + vit C appaiono altrettanto efficaci, attivando con vari meccanismi le difese immunitarie dell’organismo.

Bibliografia:  Medico & Bambino 30/09/2008 pag 541

Forse non tutti sanno che ... le placche in gola non richiedono sempre l'antibiotico


Il “mal di gola” è un problema molto frequente nei bambini, a volte associato ad altri segni di malattia quali raffreddore, tosse, mal d’orecchi, a volte come sintomo isolato. L’infiammazione della gola che è arrossata e fa male, spesso associata a febbre, è detta faringo-tonsillite.
La causa è quasi sempre rappresentata da un agente infettivo, un virus o un batterio. L’associazione con tosse o raffreddore, l’età sotto i 3 anni, le buone condizioni generali senza cefalea nè vomito, depongono per una forma virale, la presenza invece di sintomi generali e di dolore ai linfonodi del collo, oltre che il rigonfiamento delle tonsille (ipertrofia), si associano spesso a una forma batterica, da streptococco (in pratica l’unico batterio in causa nelle faringo-tonsilliti del bambino). Il tampone faringo-tonsillare è il metodo migliore per individuare l’agente responsabile dell’infezione.
Nonostante il luogo comune sia tanto radicato, la presenza di essudato tonsillare (cioè le “placche in gola”) NON è un criterio che gli esperti giudicano utile per distinguere clinicamente le forme virali (che non beneficiano dell’antibiotico), dalla tonsillite da streptococco (che richiede una terapia con antibiotico).
Anche nel caso della faringotonsillite, le infezioni virali ne rappresentano la causa più frequente; per esempio un bambino di 2 anni con la tonsillite febbrile con le placche, è più probabile che abbia un’infezione da virus della mononucleosi o da adenovirus, che una tonsillite da streptococco, un bambino di 6-7 anni che abbia oltre alla tonsillite con le placche, tosse e congiuntivite, avrà con maggiore probabilità un’infezione da adenovirus, che una tonsillite da streptococco.  In entrambi questi casi, come del resto in ogni infezione virale, l’antibiotico sarà del tutto inefficace, e dunque questa tonsillite “con le placche” NON richiederà l’uso dell’antibiotico, ma solo farmaci sintomatici che attenuino il malessere, il dolore e la febbre.

Bibliografia
"Trattato di Pediatria” Nelson XVI edizione 2002 - pag 1246-1247
-         “Self help e percorso diagnostico delle faringo-tonsilliti” Medico e Bambino  30-09-2007 pag 445.
-         “Streptococco: tra il dire e il fare” Medico e Bambino 30-06-2002 pag 377.
-         “La faringotonsillite e l'otite media acuta in età pediatrica (guida rapida Regione Emilia-Romagna)” Medico e Bambino 31-01-2008 pag 38.
-         “Faringotonsillite streptococcica e amoxicillina 1 volta al dì” Medico e Bambino 30-06-2008 pag 352.
-          “Antibiotici - quando sì quando no. Consigli per un uso appropriato dei farmaci nelle infezioni respiratorie dei bambini” Comitato tecnico-scientifico regionale dei pediatri – progetto PROBA (pubblicazione disponibile presso il vostro pediatra).


Forse non tutti sanno che la bronchite.... non va curata con gli antibiotici


La bronchite non va curata con gli antibiotici salvo poche eccezioni, e non va curata “quasi per nulla” a meno che non si tratti di una bronchite asmatica (o spastica o broncospasmo) perché allora si può giovare dei broncodilatatori (es. salbutamolo) e in caso di persistenza o alta ricorrenza dei sintomi, di cortisonici inalatori (es. fluticasone, beclometasone, ecc.).
Infatti gli agenti responsabili della bronchite nel bambino sono nella grande maggioranza dei virus che come noto sono del tutto indifferenti agli antibiotici.
Se la tosse è molto insistente si può provare a ridurla durante le ore del sonno, con prodotti a base di destrometorfano (più o meno efficace, secondo uno studio che ne ha misurato l’efficacia, non sarebbe meglio di qualche cucchiaino di miele) o codeina o … miele appunto.
I mucolitici si sono dimostrati inutili così come i cortisonici da inalare con l’aerosol (salvo i pochi casi di bronchite asmatica persistente o  a frequente ricorrenza come detto sopra).
Solo in pochi casi, e più spesso nel bambino più grande, la bronchite può essere dovuta ad agenti quali micoplasma o clamidia o branhamella, microorganismi sensibili ad un gruppo di antibiotici detti macrolidi (eritromicina, claritromicina, azitromicina, ecc.). Le bronchiti dovute a questi ultimi agenti infettivi sono in genere protratte, possono o meno associarsi a febbre in genere non elevata, e a mal di testa, e si giovano della cura con un macrolide per circa 8-10 giorni. Nel caso i sintomi perdurino oltre il normale decorso di 10-14 giorni, o in caso di rialzo febbrile consistente, si deve sospettare una forma batterica e considerare l’opportunità di approfondimenti radiologici per escludere una polmonite, e/o l’indicazione alla terapia antibiotica.
La bronchite si diagnostica ascoltando più la tosse che il torace, perché i segni ascoltatori toracici sono generalmente modesti e fugaci (rantoli grossolani, ronchi, gemiti, che se ne vanno o si riducono sensibilmente con un colpo di tosse, soprattutto se l’infiammazione interessa i bronchi di calibro maggiore) mentre la tosse è caratteristicamente catarrale e con un timbro “profondo” (“tosse che viene da dentro”).
Bibliografia
- Nelson - Trattato di Pediatria - ed. XVI 2002, pag 1266
- Panizon F., Di Mario S. “La Bronchite” Medico & Bambino 1997 n° 9 pag 33
- Oski F., Principles and Practice of Pediatrics 1990 n° 9 pag 1329
Antibiotici - quando sì quando no. Consigli per un uso appropriato dei farmaci nelle infezioni respiratorie dei bambini” (pag 20 e 21) Comitato tecnico-scientifico regionale dei pediatri progetto PROBA (pubblicazione disponibile presso il vostro pediatra)